"My ToYs", di Ingrid Russo


Sono cose in piena regola, i My ToYs: ideali e materiali, definite eppure non classificabili.
Nascono mobili, come regalo da fare agli amici, cose create, finite e donate. Per declinarsi più tardi in community, comunità immaginaria, espandibile, potenzialmente infinita; affiancata poi da gruppi di persone in carne ed ossa, estimatori di settore, appassionati occasionali, nuovi amici.
Sono figure meticce, mixate, irreali, i My ToYs, capaci però di dissolvere quella cortina che spesso distingue e separa due mondi: l’aeroporto fantasioso e roboante dei bambini e la torretta di controllo degli adulti; capaci di rimettere in rapporto questi luoghi della mente, questi poli alla deriva (poli in dialogo costante, viceversa, nel paese da cui sorge quest’idea del kawaii, del dolce-leggero-bizzarro, ossia il Giappone contemporaneo); capaci essenzialmente di passare un’espressione, un sentimento, un’attitudine alla vita.
Sono soprattutto cose uniche, i My ToYs, cose clonabili ad occhio, al di fuori del concetto pervasivo di prodotto, serie, cosa omologata strettamente funzionale. Perché il taglio – se succede di rifare un certo toy – disegna un angolo più acuto o un rigo appena più abbondante, perché i punti del cucito si dispongono secondo un altro ritmo, e se la stoffa la si trova di un colore differente può andar bene, addirittura può andar meglio; cambierà un accostamento, una livrea, cambierà – ancora una volta – il carattere del personaggio.
Ciò che rimane, incorrotta e brillante, è la singolarità di ogni figura; quella natura di cosa pacifica e benaugurante, che in un contesto sociale – massimizzando il pensiero di Ingrid – potremmo tradurre nel sogno di vivere serenamente, alla pari, le proprie realtà.
Accompagnati, guidati, accuditi pur sempre da piccole e sane irrealtà.